Archivio Giornaliero: agosto 18, 2007

Stuzzicato da Glen Gould mi copio e mi incollo

Lo sfiorare delle dita, sfiorare del tasto, del feltrino sulla corda. Fra corpo caldo e corpo vibrante un’architettura di forte e piano.
Non renzo che crea cozze giganti sotto i parioli di merda in cui le maree di suoni marionettate da corpi vibranti si scontrano
e intersecano matematicamente. Sassi in un laghetto.
Fra corpo caldo e corpo vibrante un’architettura di piano e forte. L’ossessione di attraversare una grata di clausura
di avorio e ebano sbarrata da una trave laccata nera con scritto kawai, che soffoca. L’amplesso degli antichi liutisti erranti
amplificato in sesso virtuale da Bartolomeo Cristofori. Luddismo cova nel musicista. Passare oltre le ossa dell’elefante, oltre il mitico cimitero degli elefanti ora divisi per sette, col resto di cinque, listelli di bare nere.
Appaiono vari negromanti. Petrucciani, diversamente (insuper)abile passa attraverso la macchina, riaccarezza con le sue dita la musica che si sveglia, eccitata, fa le fusa, lubrificata, l’arte scivola, entra dentro chi ascolta.
Contrazioni.
Ritmo.
Andante.
Danza.
Allegretto.
Adagio.
Accelerazioni.
Contrazioni.
Piacere.

(3.15.07)

Pro Menade

Un lastrone di basalto, pietra nera spessa una spanna, larga come una radura in un boschetto.
una vecchia, ‘na gattara, seguita dalle nove code.
La pelle morbida sotto la zampa nera si poggia sul freddo nero. Escono le unghie. Graffiano. Tagliano.
Lunghi tagli, curve si incrociano, formano quadratini non euclidei. Fra i quadrati crescono mozziconi.
Gli alberi si incurvano verso il fiume, aspirano umido, cercano acqua, si gonfiano, spaccano l’asfalto.
I platani cercano di tirarsi fuori dal pantano bituminoso, frantumano in schegge il cielo azzurro,
l’azzurro cola giù, diventa notte, si asciuga in strisce blu che confinano vagoni di un treno infinito di macchine.
Mondo umano decorato con una greca di automobili. Mondo che suona jambè, prima erano bonghi, boh, sempre sti bonghi, manco in africa suonano così tanto, di sicuro suonano meglio, e bevono meno birra, in buchi tutti uguali, ma vòi mette là è mejo, e certo e na stanza ogni tre persone dove te danno la birra o i cocktail .Cocktail l’arte dell’alcool, mischiare per non sentire la mediocrità dei singoli elementi, ma è n’artista, semo tutti artisti. Non me lavo, sò n’artista, faccio televisione, sò n’artista, ahò scendi, bello sto cane è n’artista. Tutti che ridono. Tutti soddisfatti, ah che bella serata, (io si che…) Anvedi… ahò… E poi ch’hai fatto… (anvedi quella) com’è annata… Me stava a di coso che… Hai saputo de… Ma dai, pure tu… Eh si eh…
Un pacchetto de Marlboro rosse da dieci na ricarica della Wind da dieci e un accendino arancione da dieci, buona pasqua a lei signò, anche a te tesoro.
Na trasteverina.
Una.
Te amo.

(Amo la vecchia der tabbaccaio)

(4.13.07)

Estratto secco

Da “Minestra di pizzo” di Theis Kleinschale

“E così, incontrare Nietzsche fra la vibrazione di quei mille minuscoli muscoli, che si nascondevano sotto la sottile pelle petalo intorno agli occhi, che si contraevano per parole rimbombanti dentro, minacciando lacrime, trafiggendo altri occhi col cranio bloccato in ogni movimento, e in ogni composizione dal bianco atono di una lampada da interrogatorio.
Era finito lì, per una serie di circostanze, piccole spinte gravitazionali che fanno arrivare una scatola di metallo fino a dove il sole sorge un ora prima dell’alba, e i suoi raggi ora erano rigidi e cristallizzati come in una scultura barocca romana, trafitta da un angelo.
Trovare le parole avrebbe implicato l’averle, e per usarle si sarebbe dovuto parlare.
Il silenzio era la regola sottaciuta.
Nietzsche ripeté: una grande vittoria è un grande pericolo.
Quella volta per prudenza decisero di perdersi insieme.”

(5.4.07)

Mattina

Tirò la porta, che si chiuse, lasciando quel fastidioso desiderio di farla combaciare esattamente all’altra anta. Ma era una porta vecchia, e quel fastidio se ne andò nell’abitudine. Era già con due dita nella grata e un dito sul tasto dell’ascensore che sembrava essersi persa in una lontana diramazione di un albero di trombe avvolto da un rampicante di scale. La scritta occupato lo guardava imbarazzato mentre il suono del motore che partiva e si fermava e delle porte che ai piani superiori si aprivano e sbattevano, descrivevano manovre improbabili di inversione ad U della cabina. Giù per il rampicante, tre gradini alla volta, arrivò nel cortile prima di qualunque ascensore libero. Lì le solite vecchie ipertrofiche piante annaffiate da un fedele gli lanciarono uno sguardo indifferente e lui punto dal fresco sulla faccia si fermò, e con l’unica parte ancora mobile del suo viso mise in fila accennate o approfondite tutte le storie di ogni finestra. Anche la sua così gli sembrò una delle tante. Solo che le altre finestre erano figurine panini attaccate su una facciata di travertino, la sua era un foro di 150 per 80 cm sullo scafo arrugginito di una petroliera abbandonata nel Mar Caspio. Le sue parole ancora rimbombavano dentro all’umido malsano della sua mente “Vorrei stare per un po’ anestetizzata dalle emozioni lasciandomi solo una zona erogena ancora attiva: il pensiero di te”. E così era sparita portandosi dietro il suo pensiero e le sue zone erogene e lasciando una coccia di gamberetto a forma di ragazzo coperta da un mocassino in pelle refrattaria.
Voleva capire come raggiungere la felicità da sola, senza aiuti esterni, senza cominciare a limitare gli aiuti esterni all’infelicità, che in tanti casi si erano conficcati così profondi da diventare ostacoli interni.
Lui voleva capire cosa fosse quel blocco di travertino che sentiva sopra il petto. E senza avere le forze ne la voglia di fare un’analisi analitica della situazione e degli eventi e delle parole, riavvolgeva il tutto e se lo rivedeva, accelerato, al contrario, al rallenti, ma con la consapevolezza che il tutto sarebbe andato avanti come quelle ruote del tram che stava fissando ipnotizzato accanto al suo finestrino, mentre guidava, mentre tagliavano il binario e qualunque cosa avessero incontrato sotto le loro tonnellate, mentre rischiava di investire o tamponare ciò che non guardava di fronte a se.
Era l’inizio dell’estate, calda ancora da dare entusiasmo alle vite, da impollinare gli occhi, da rendere una brezzolina una piacevole variazione sul tema “ahcomesestabenecostatemperatura”, e la strada con poche macchine era limitata da una fila di giganteschi ossi di platano potato decorati con sparsi cespugli verdi. Paesaggio anonimo che non dava risposte precise sul nome del quartiere, mentre la domanda era “chissà dov’è ora”, traduzione della peristalsi “perchè non è qui”.
Le peristalsi fisiche intanto procedevano regolarmente, così che fra tutte le parti del corpo che giorno e notte sgobbano senza tregua e senza perdersi in chiacchiere, al contrario dell’altolocata e “artista” coscienza, si levò il lamento della corporazione e della classe digerente ad un orario apposito a causare disagi. Vide una serranda semiabbassata di un venditore di cibi ellenici con accanto lo stesso che aveva la chiave infilata nell’interruttore, con la mano che teneva la chiave che ruotando dalla parte sbagliata avrebbe teso il pollice e questo sarebbe diventato un tragico pollice verso. Il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto non era solo questione di opinione: – mi scusi! Avete appena chiuso o avete appena aperto? – No, no, stiamo aprendo – la doppia negazione era un infierire su una triste possibilità ormai scampata. E il suo sorriso rimbalzò su quello greco in una serie di scambi rapidissimi. Nel piccolo locale, e dentro lo stomaco era partita una allegra e ritmata e ripetitiva e infinita canzoncina in greco moderno.
Per fortuna è un esemplare genuino e cresciuto all’aria aperta, che si fa ammirare e vive i suoi spazi, la sua regione. Sono riuscito per ora ancora ad evitare una di quelle scritte a tavolino in laboratorio, che si moltiplicano nelle radio mediocri e nei lettori portatili per poi raggiungere il loro scopo principale: attaccarsi ai sentimenti e alla situazione di instabilità emotiva dovuta a banali e medie insoddisfazioni sentimentali. So che però nonostante la radio spenta, al semaforo, col finestrino abbassato, mi entrerà una nube di germi musicali che tenteranno di raggiungere prima la parte del mio corpo atta ai ritornelli orecchiabili per poi insediarsi nella macro regione cerebrale del magone . La mia speranza è di trovare un cd dimenticato nel cruscotto per creare un ambiente impenetrabile.

Rovisto.

Trovo.

La scoperta archeologica di abbey road, nel cruscotto ordinato come i granelli di sabbia dell’egitto, fu subito interrotta nei festeggiamenti dal segnale verde di avanzata inglese davanti, e di clacsòn francesi di dietro. Era circondato. Alzando le mani in segno di resa, con un rapido gesto nascosto del piede sinistro, tolse la frizione e partì fra le fila nemiche, fra frecce che arivavano verticalmente e orizzontalmente, rosse e verdi e gialle.
Superati due sbarramenti alleati incustoditi, con palizzate di luci verdi, preziose come la giada, a segnalare l’unico prezioso passaggio attraverso trincee fra file di automobili, notava i primi indizi della vicinanza del suo punto di arrivo.

L’attesa di qualcuno mentre si è in auto spesso finisce con una apparizione, come se la persona si fosse condensata sul posto, davanti al finestrino. Quella volta invece l’attesa aveva l’ inconsapevolezza di chi è sulla perpendicolare di un televisore gettato dall’ottavo piano del palazzo di fronte al parcheggio e che atterrerà sul tetto della macchina insieme all’esplosione di qualche finestrino.

(poi aggiungo… è da finire)